Pinerolo Pedala in Rosa – Foto ed un racconto su Alfonsina Strada

pinerolo pedala in rosa (3)Domenica mattino ci si è svegliati presto, ma per un motivo importante e divertente: Pinerolo Pedala 2016 si veste di rosa, in occasione dell’imminente Giro d’Italia con doppia tappa nostrana. Dopo un ritrovo in Piazza Fontana, i presenti sono partiti per un anello in tutta la città: non solo biciclette all’appello, ma anche carrozzelle e bici paralimpiche, che anzi conquistano la prima fila.
Nessuna gara, ma un semplice passeggiare tutti insieme facendo suonare i propri campanelli. Un momento molto carino a cura di Pro Loco Pinerolo e Zonta Club, dal ricavato che andrà in beneficienza, e che è stato tutto dedicato ad Alfonsina Strada, prima ciclista donna a concorrere in gare famose, vincendone ben 36. A fondo pagina potete trovare come sempre le foto, mentre di seguito pubblichiamo, sotto consenso dell’autrice Gilda Pozzati, un breve racconto proprio dedicato alla campionessa in rosa delle due ruote, premiato al Concorso Marello 2015.

“Passion n.14”  di Gilda Pozzati
Alfonsina_MoriniQuel pomeriggio, guardandosi nello specchietto della moto, comprese quanto fosse vicina al traguardo.
La Guzzi sul cavalletto non voleva saperne di avviarsi. Accadde in quel momento, mentre spingeva sul pedale d’avviamento.
Un dolore acuto la fece riversare sulla motocicletta, sembrava un abbraccio, pensò, cadendo sulla moto.
Una sofferenza violenta, differente da tutte quelle conosciute, si mescolò alla speranza che il corpo avrebbe reagito. Il suo era di costituzione forte, abituato al dolore delle cadute, alle escoriazioni, alle abrasioni, alle ossa che si rompevano, ai muscoli strappati. Se l’avessero intervistata in quel momento, avrebbe detto di provare un’intensa sofferenza.
Una sofferenza consapevole.
Del resto tutti gli atleti conoscono le loro possibilità, hanno riguardo dei loro apparati corporei, sanno quando dopo una caduta possono ripartire, o quando bisogna affidarsi al massaggiatore. A quello pensava Alfonsina in preda al dolore scoppiatole nel torace, dolore che l’opprimeva come una morsa, irradiandosi alle braccia, alle spalle, alla mandibola.
Era sola nel cortile del palazzo. Nessuno l’avrebbe cercata. Si ricordò improvvisamente che la portinaia sapeva dov’era, l’avrebbe soccorsa.
Doveva resistere, amministrarsi, respirando adagio. Non farsi prendere dal panico, si ripeteva.
Quante volte aveva dovuto sopportare e tenerla a bada la paura? Se non fosse stato per Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport, non ci sarebbe riuscita a iscriversi al Giro. E lì la paura l’aveva fatta da padrona.
Ricordò quella partenza Alfonsina.
Sua madre le aveva cucito i pantaloni alla zuava con stoffa recuperata, che le faceva prudere i polpacci muscolosi. Il padre, il Morini, aveva fatto a botte con quelli del paese, che sempre avevan da sparlare d’la so fiola. Quella figliola che invece di lavorare i campi, si consumava le gambe, e non solo quelle, pedalando.
Le bruciavano ancora gli schiaffi che si era beccata, le prime volte, quando i genitori avevano scoperto che s’era messa a gareggiare! La madre glieli aveva mollati perché aveva rovinato sul didietro un paio di calzoni ancora buoni; suo padre perché aveva inforcato l’unica bicicletta, la sua, senza chiedergliela.
L’avevano saputo da altri, i Morini, che la loro figlia aveva vinto una gara di ciclismo a Castelfranco Emilia. La ragazzina aveva detto che andava alla fiera, con le amiche, e invece quella, con i calzoni del padre infilati nei calzettoni e una camicia di flanella, si era messa a pedalare! Altro non potevano fare che continuare a darle schiaffi.
Quei trattamenti misero forza e convinzione alle gambe di Alfonsina. Vinceva le corse, ma l’unica fatica che proprio non aveva voglia di provare era quella del lavoro nei campi. E non la provò.
In pochi la sostenevano, per i più lei era la diavola, la diavola in gonnella.
Del resto aveva altro cui pensare, non aveva tempo per le chiacchiere, impegnata ogni santo giorno, a evitarsi quella cura di ceffoni che riteneva offensivi.
La soluzione fu mettere distanza tra sé e la famiglia spostandosi a Torino, dove iniziò a correre sul serio.
Abitava sola, in una soffitta a Regio Parco, un quartiere di operai della Manifattura Tabacchi. Alfonsina si adattava a ogni genere di lavoro per mantenersi. La sua vera vita iniziava nel tardo pomeriggio quando, inforcata la pesantissima bicicletta, cominciava ad arrampicare per le colline.
Strada-Alfonsina1923-in-pisPedalando osservava le ragazze torinesi camminare leggiadre sotto braccio ai morosi. Le vedeva belle, eleganti, col rossetto colore delle ciliegie sulle labbra. Forse le invidiava un po’, ma la sua preoccupazione era rendere potente la sua pedalata, mordere la strada.
Sua madre, all’insaputa della numerosa famiglia, le spediva dei pacchi che contenevano pantaloni alla zuava, cuciti da lei stessa, e pane cotto in casa.
Alfonsina, riversa sulla Guzzi, cerca di rialzarsi, ma il dolore è tremendo. Chiude gli occhi e respira rumorosamente dal naso, ricorda come anche la madre respirasse così e si commuove.
Pianse anche al Gran Prix di Pietroburgo, nel millenovecentonove, quando lo Zar Nicola II le mise al collo una medaglia che lei indossò come fosse una collana di smeraldi.
Aveva compiuto da poco diciotto anni, era in Russia, senza nessuno della sua famiglia, a pedalare come … una diavola!
Altre vittorie arrivarono, una dopo l’altra.
A due anni dalla medaglia russa, avrebbe stabilito il record italiano femminile dell’ora; gareggiò in corse maschili e nella primavera del millenovecentoundici vinse un premio di quindici lire. Quanti fischi quella volta dagli uomini che arrivarono dopo di lei! E che apprezzamenti salaci alle sue cosce…
Tornò a casa. Lasciò Torino a malincuore, i genitori avevano accettato la sua mattana, così le scrivevano, lei poteva ora aiutarli economicamente.
Al paese ben poco era cambiato, Alfonsina, la diavola, poteva solo pedalare. Le amiche avevano figli e mariti cui pensare. I suoi numerosi fratelli la pensavano sempre un po’ tocca.
L’idea di farla sposare venne alla nonna paterna. Giovanotti disposti a prendersi quella strana ragazza, che filava come il vento sulla bici, non ce n’erano molti. Saltò fuori Luigi Strada, figlio di gente istruita, persone che ci capivano di penne, fogli e calamai. Luigi lavora di fino: faceva il cesellatore.
Che erano fatti l’uno per l’altra, Alfonsina lo capì subito. Il giorno del matrimonio, il suo Gigi le fece trovare, in camera da letto, una bicicletta nuova fiammante con i manubri ricurvi all’indietro, proprio come serviva per gareggiare. Anche Gigi era un appassionato di ciclismo, così per la comune passione e per gelosia, divenne il suo allenatore.
Ai giovani sposi la vita in paese stava stretta. Non vedevano prospettive se non quella di adeguarsi alla tradizione contadina, tradizione che bandiva gli allenamenti e le gare ciclistiche perché disperdevano la forza che andava destinata al lavoro nei campi.
Decisero quindi di far fagotto verso Milano, per dedicarsi unicamente al ciclismo.
Alla ragazza dispiacque lasciare la madre, avrebbe voluto che tra loro fosse più semplice. L’affetto era indiscusso, ma era come se pedalassero per due squadre diverse.
alfonsina_2Alfonsina e Luigi a Milano lavorarono sodo, ma naturalmente gli allenamenti costituivano la parte più importante della loro vita: si nutrivano, facevano l’amore e andavano in bicicletta, scoprendo la città nella quale si sentivano bene accolti.
Il ventiquattro maggio del millenovecentoquindici, l’Italia entrò in guerra e per un paio d’anni molte gare ciclistiche non ebbero luogo, faticosamente, gli Strada continuano gli allenamenti.
L’occasione arrivò alcuni giorni dopo Caporetto, il due novembre del diciassette. Luigi aveva accompagnato la sua muscolosa mogliettina a iscriversi al Giro della Lombardia, come dilettante di seconda categoria. Aveva tutte le carte in regola e il sovraintendente alla corsa, non trovò appigli per rifiutarla.
E lei, Alfonsina Strada, la numero settantaquattro, prese il via tra tutti quei ciclisti tra i quali Pélissier e Girardengo.
Partì regolarmente, con quel gruppo di atleti agguerrito e canzonante. Sarà subito distanziata, ma pedalava bene, amministrandosi come le aveva insegnato il suo Luigi, soddisfatta della forza che sentiva nelle gambe e per il fiato regolare.
Se non fosse che le erano venute le mestruazioni poco prima di partire, tutto sarebbe stato perfetto. Durante la corsa ogni tanto si alzava sui pedali, controllando che i pannolini non facessero brutti scherzi.
Distanziata da tutti Alfonsina, giungerà al traguardo un’ora e mezzo dopo l’ultimo arrivato. Venti corridori, quasi la metà, si erano ritirati.
Nell’edizione successiva andò decisamente meglio, Alfonsina sorridente, impolverata, felice, con i capelli arruffati, batté un collega allo sprint finale. La diavola diventò per tutti la Regina della pedivella!
Emilio Colombo la ammise al Giro d’Italia del millenovecentoventiquattro. Colombo era un giornalista astuto, intuì che in un’edizione priva di grandi campioni, Alfonsina poteva diventare l’attrazione. E il suo giornale, La gazzetta dello Sport sostenendola, non avrebbe avuto il problema dei resi.
Il percorso era tremendo, tremilaseicentotredici chilometri divisi in dodici micidiali tappe, intervallate da pochi giorni di sosta.
Strade spesso sterrate, in sella ad una bicicletta di oltre venti chili senza cambio e lei, Alfonsina, doveva fare tutto da sola, priva com’era dei mezzi d’appoggio al seguito. Le prime quattro tappe le porterà a termine regolarmente, con pesanti distacchi. Taglierà sempre il traguardo, riuscendo anche a precedere qualche corridore.
Nella tappa tra l’Aquila e Perugia, vento e pioggia si abbatterono sulla corsa, rendendo le strade un pantano di buche e fango. Alfonsina cadde due volte, ma si rialzò. Forò ripetutamente, riprese la gara che terminò fuori tempo massimo.
La giuria decise di eliminarla, solo l’intervento di Emilio Colombo, convinse Alfonsina a proseguire fuori gara, pagando alla ciclista, alberghi e massaggiatore.
Alfonsina rimontò in sella. Attraverserà l’Emilia tra corridoi di folla osannante e giungerà al traguardo di Fiume, con venticinque minuti di ritardo. Nessuno dei suoi sostenitori lascerà le tribune prima del suo arrivo, gli applausi e gli abbracci furono solo per lei, la vera vincitrice del Giro.
Giro in cui si erano iscritti in novanta, ma resteranno in concorso solo trenta e tra questi, fuori gara, una sola atleta: Alfonsina Strada.
La ditta dei tubolari che la sponsorizzava, le regalò la cifra esorbitante di duecento lire!
Quella sera, dopo un interminabile bagno caldo, il suo Luigi la portò nel migliore ristorante di Fiume. Lei era sfinita. La stanchezza la investì, avrebbe voluto solamente dormire, ma Luigi era elettrizzato dai titoli sulla Gazzetta dello Sport e dalla giovane moglie con la quale non si coricava da tanto tempo.
Lo fecero l’amore, in un letto soffice e profumato, dove, sprofondata in quella morbidezza, Alfonsina si addormentò sul più bello!
Quel ricordo le strappa un sorriso doloroso nonostante la posizione riversa. La memoria dei baci e delle carezze di Luigi sul suo corpo così provato, la commuovono. Sa che per lei le gare sono finite.
Se non ci fosse stato il fascismo, Alfonsina avrebbe avuto una carriera sfolgorante, di primo piano. Le sfide aperte alla superiorità maschile erano poco gradite al regime. “Le donne si colgono” le faranno capire i commissari di gara, rifiutandole nuove possibilità.
Nonostante queste restrizioni, Alfonsina vinse ancora davanti a corridori esperti, conquistandosi la stima di Bartali, Magni, Coppi e Girardengo. Salirà sul podio per trentasei volte.
Restava irrisolta la questione della maternità: i bambini che non arrivavano e solo Iddio sapeva quanto ci provavano.
Luigi aveva accettato la questione, a denti stretti, ma alla fine, l’aveva mandata giù. Alfonsina si diceva soddisfatta così. Come avrebbe mai potuto gareggiare avendo dei bambini? Tuttavia ogni volta che prendevano l’argomento i suoi occhi cambiavano espressione. Aveva pure smesso di segnare le date delle mestruazioni su calendario. Tanto …
Nel trentasette erano in Francia. A Longchamp.
Lei gareggiava per il record dell’ora. Si sentiva tesa, ma non lo diede a vedere a nessuno. Il massaggiatore si occupò delle sue spalle e Luigi scherzò come sempre, cercando di alleggerire la tensione che precedeva ogni gara.
Il velodromo era gremito. Alfonsina, subito dopo il via, cercò la velocità che le avrebbe permesso la tenuta costante. Qualcosa le diceva di accelerare con tutta la forza che aveva, nonostante i segni di disapprovazione che Luigi faceva dal bordo pista. Sentiva di dover seguire un impulso. Fu un’ora elettrizzante, che la portò al record mondiale con trentacinque chilometri e duecentottanta metri. Un trionfo.
In albergo, più tardi, quella tensione ancora non si placava. Alfonsina si spogliò per entrare nella vasca da bagno piena di acqua profumata. S’immerse pensando alla sua impresa, ma quei pensieri durarono poco. Degli spasmi le colpivano il basso ventre, il dolore divenne acuto e l’acqua si tinse di rosso sangue.
Pulì ogni cosa, Alfonsina, non lasciò nessuna traccia di quella parte di lei scivolata lungo i tubi di scarico.
Trascorsero alcuni anni in cui lei rincorreva Bartali, Coppi, Girardengo, ma non ci viveva con questa passione quindi adottò una soluzione.
Le avevano proposto un ingaggio. Una specie di secondo lavoro col quale sbarcare il lunario e lei lo aveva accettato. L’organizzazione stabilita le occupava tutto il giorno, sabato e domenica sera comprese, ma i conti tornavano. Andava bene così.
Dal lunedì al venerdì si allenava, poi sabato pomeriggio salutava Luigi, inforcava la bicicletta e pedalando come sapeva fare solo lei, raggiungeva il tendone del circo dove per prima cosa controllava i rulli sopra ai quali si sarebbe esibita.
Le piaceva quando annunciavano il suo nome e la gente applaudiva. Ecco che si era già
sistemata i capelli, messo il rossetto Passion n.14, glielo aveva consigliato una commessa gentile, infilata la tenuta da ciclista sulla quale aveva cucito delle vistose paillettes.
Il padrone del circo aveva voluto farla comparire in scena avvolta in un mantello; avrebbe gradito anche che indossare un diadema di plastica sul quale era stata incollata una stella, ma per quel coso si era rifiutata. Saliva sulla bici mentre i rulli giravano e trovava subito il ritmo. Faceva finta di scivolare per riprendersi un attimo prima di cadere sul serio. Faceva la stessa cosa girata al contrario, pedalava, si alzava in piedi, facendo arrivare le ruote vicino al bordo del rullo, ben attenta a non perdere l’equilibrio. Quando sentiva che il pubblico tratteneva il fiato, eccola che riprendeva la pedalata giusta. Era il momento in cui allargava le braccia e raccoglieva l’applauso che avrebbe voluto ricevere sulle strade del Giro d’Italia.
Luigi morì improvvisamente, un’arteria si ruppe e non ci fu nulla da fare. Alfonsina, frastornata e incredula, affrontò il dolore riprendendo a correre: Abbandonò il circo e il rossetto.
La aiutò ad andare avanti un nuovo gigantesco marito: Carlo Messori.
4-2-AlfonsinaStradaIntanto l’ambiente delle corse cambiava, nuovi nomi s’affacciavano sul panorama delle due ruote, muscoli giovani e scattanti fecero comprendere ad Alfonsina che era ora di appendere la bici al chiodo.
Un ripensamento di qualche anno dopo, le fece vincere l’ultima gara che non poteva essere che di veterani.
Con Carlo aprirono un negozio di biciclette e un laboratorio di riparazioni, diventando un punto di riferimento per chi si avvicinava al mondo delle biciclette.
Mettevano tacconi, raddrizzavano manubri, lucidavano telai. Alfonsina si propose come allenatrice, ma non funzionò. Con il negozio trovarono il modo di andare avanti. Desideravano d’invecchiare insieme, ma anche Carlo se ne andò rapidamente per un infarto.
Arriveranno giorni amari per Alfonsina che capitolerà al dolore, alla solitudine.
Si aggirava nel negozio come una sonnambula, come una regina senza regno. La nuova condizione la stordì a tal punto che sentì di non poter più pedalare, neppure dal negozio a casa, allora a sessantotto anni, vendette tutti i suoi trofei e le sue medaglie, anche quella dello zar, per acquistare una moto.
Sembrava nata per quel nuovo mezzo che condusse con una leggerezza invidiabile. Con la sua Guzzi rossa fiammante seguì di nuovo le corse di bicicletta, riprese anche a farsi la permanente, con la vanità infantile di sentirsi giovane. Nelle postazioni di gara distribuiva ai corridori consigli discreti, incoraggianti. Spesso non richiesti.
A volte appariva patetica quando improvvisamente intonava la canzone che il Quartetto Cetra le aveva cucito addosso: “Ma dove vai bellezza in bicicletta”. Strappava la scena ai corridori emergenti per qualche minuto, e ne faceva il pieno perché le stanze nelle quali si era ritirata a vivere, erano tristi. Per queste apparizioni tirò fuori di nuovo il rossetto che immancabilmente sbiadiva per l’antico vezzo di mordersi le labbra.
La giornata più brutta era la domenica, il tempo non passava mai. Per fortuna a metà settembre si sarebbe svolta la gara delle Tre valli Varesine, una competizione in cui, lei lo sapeva bene, bisognava mantenersi costanti nella pedalata e resistere tenacemente nelle false salite che, se sottovalutate, stroncavano le gambe.
Si era proprio divertita alle Tre Valli, quel pomeriggio, qualche corridore l’aveva riconosciuta e salutata con affetto. Aveva pensato Alfonsina che il tempo scappa via veloce quando si sta bene. Rientrando a casa ne parlò con la portiera che premurosa le tenne il portone per agevolarle l’ingresso verso il cortile. Alfonsina ci ripensò. Si sentiva così in forma da non volere ancora rincasare. Disse alla portinaia che avrebbe portato la moto al negozio e sarebbe tornata indietro con la bicicletta. La portiera la lasciò lì ad armeggiare con la Guzzi.
Ritornata alla guardiola si dimenticò di Alfonsina, del resto non aveva nessun motivo per preoccuparsi.
Improvvisamente un lampo attraversò la mente della donna: non aveva sentito il rombo della moto, né il portone richiudersi. Tornò sui propri passi, correndo, perché sapeva che era capitato qualcosa alla Sciura Strada.
Alfonsina era ancora viva, abbracciata alla sua moto.
Faranno in tempo a salutarsi, le due donne e la portinaia raccoglierà le ultime farfugliate parole di Alfonsina Strada:
“Meno male che ho su il rossetto!”

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